Età di pensionamento a 64,2 anni, il sistema rischia squilibri

Presentato il rapporto annuale dell’Inps. Stranieri metà dei neo-occupati.

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rivalutazione delle pensioni inps Italia tra 20 anni Inps

L’età media effettiva di pensionamento in Italia è ancora troppo bassa e «le previsioni Eurostat per l’Ue relative agli andamenti demografici fanno presagire un peggioramento del rapporto tra pensionati e contribuenti, con rischi crescenti di squilibri per i sistemi previdenziali, soprattutto per quei paesi, come l’Italia, dove la spesa previdenziale è relativamente elevata».

L’Inps nel suo Rapporto annuale segnala che l’età effettiva di pensionamento è di 64,2 anni, grazie alle misure che consentono l’anticipo pensionistico rispetto ai 67 previsti per l’età di vecchiaia e che questo, insieme a importi di pensione ancora generosi e superiori di quasi 14 punti a quelli della media europea mette a rischio il sistema.

Per il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, «la tenuta dei conti è assolutamente in equilibrio nel breve-medio periodo», ma una riflessione va fatta e «spetta al legislatore». Salvo aggiustare il tiro in una nota successiva dell’Inps: «non si ravvedono problemi di sostenibilità a lungo e breve termine, soprattutto alla luce dei rassicuranti dati provenienti dal mercato del lavoro che nel 2023 ha fatto registrare il numero record di 26,6 milioni di assicurati, con ulteriori potenziali di crescita già riscontrate nei primi 6 mesi del 2024».

Inoltre l’età di pensionamento è in linea con quella degli altri Paesi Ue, mentre il numero dei pensionati «è sostanzialmente stabile intorno ai 16 milioni, così come il numero delle pensioni liquidate».

Il tema della sostenibilità previdenziale in prospettiva andrà affrontato visto l’andamento demografico e una crescita occupazionale che pur sostenuta non può sostenere le pensioni in arrivo dei baby boomer. Negli anni tra il 1960 e il 1965 sono nati circa un milione di bambini l’anno mentre in questi ultimi anni si è scesi sotto quota 400.000. Nei prossimi otto anni la grande maggioranza di queste persone andrà in pensione e nel sistema a ripartizione questi assegni andranno pagati con i contributi di chi resterà al lavoro, a meno di incrementare ulteriormente i trasferimenti dello Stato.

L’occupazione cresce e nel 2023 l’Inps ha contato 26,6 milioni di iscritti che hanno lavorato almeno una settimana con una media pro capite che supera le 43 settimane, 1,08 milioni in più rispetto al 2019. Circa la metà della nuova occupazione è dovuta a lavoratori nati in Paesi extra Ue passati dai 2,61 milioni di iscritti del 2019 a 3,15 e un numero medio di 38,9 settimane.

Le retribuzioni lorde sono aumentate dal 2019 del 6,8%, ma non è stato recuperato l’aumento dei prezzi che ha superato nel periodo il 15%. Una parte del gap, sottolinea l’Istituto, è stato colmato nel periodo 21-23 grazie alla decontribuzione che ha fatto crescere i salari monetari netti del 10,4% anche se sempre meno dei prezzi.

Il Rapporto dell’Inps conferma le differenze di genere sia sotto il profilo del lavoro che su quello degli importi di pensione. La probabilità di lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio è del 18% per le donne e dell’8% per gli uomini, mentre i salari crescono rapidamente per i padri e restano stabilmente al di sotto di quelli degli uomini per le madri. Questo andamento è ancora più netto se si guarda alle pensioni perché riflettono periodi nei quali il tasso di occupazione delle donne era ancora più basso.

Al 31 dicembre 2023 i pensionati erano circa 16,2 milioni, di cui 7,8 milioni di maschi e 8,4 milioni di femmine per un importo lordo complessivo delle pensioni erogate di 347 miliardi di euro. «Sebbene rappresentino la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (il 52%) – afferma il Rapporto -, le femmine percepivano il 44% dei redditi pensionistici, ovvero 153 miliardi di euro contro i 194 miliardi dei maschi. Per gli uomini il reddito da pensione è in media di 2.056,91 euro lordi mentre per le donne è di 1.524,35 euro, il 25,9% in meno rispetto agli uomini.

 

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