Gimbe, in pensione 7.300 nel 2027: Il 15% borse studio non assegnate. Per il sindacato medici Anaao-Assomed nel 2032 si rischia il rinculo per troppi medici sfornati dalle università.
Una categoria “a rischio estinzione” in Italia, almeno nell’immediato causa una programmazione mancata a medio termine da parte della politica, è quella dei medici nelle sue varie specializzazioni, ma che rischia pure il rinculo dell’eccesso di offerta nel 2032 quando l’attuale allargamento delle iscrizioni alle facoltà di medicina metteranno sul mercato un eccesso di medici che, specie nel settore ospedaliero, non potranno essere assorbiti.
Oggi la situazione è particolarmente critica, sia per i medici ospedalieri che per quelli di famiglia. La fondazione Gimbe ha esaminato la situazione per il settore dei medici di medicina generale (Mmg) che, nei piani del governo, dovrebbero assurgere a nuovo ruolo, passando anche da liberi professionisti a dipendenti del Servizio sanitario nazionale, assicurando una sorta di filtro e di erogatori di prestazioni sanitarie di basso livello sgravando così la pressione su ospedali e, soprattutto, pronto soccorso.
Secondo la Fondazione Gimbe, oggi si registra un deficit di 5.500 unità di medici di famiglia, con le situazioni più critiche in Lombardia, dove ne mancano 1.525, e Veneto (-785). A fronte di migliaia di pensionamenti, 7.300 entro il 2027, il numero di giovani medici che scelgono questa professione continua a diminuire. Sarà forse anche per l’elevato numero di pazienti, con il 51,7% dei Mmg che è sovraccarico di assistiti, avendone oltre 1.500 a testa. Indice della scarsa attrattività della mansione di Mmg è che nel 2024, secondo il Gimbe, non sono state assegnate il 15% delle borse di studio per medici di famiglia, con punte di oltre il 40% in 6 regioni. Una disaffezione, quella verso la professione, che si manifesta mentre l’invecchiamento della popolazione aumenta sempre più i bisogni di assistenza: gli “over 80” sono triplicati in 40 anni e più della metà sono affetti da due o più malattie croniche che spesso necessitano di assistenza continuativa, frequentemente anche a domicilio.
I dati, secondo il report del Gimbe evidenziano come dal 2019 al 2023 i medici di famiglia sono diminuiti del 12,7%, con le flessioni maggiori in Sardegna (-39%), Puglia (-25,8%) e Calabria (-20,9%). Solo le Marche (+1,7%) e l’Alto Adige (+1%) hanno registrato un aumento. Lieve, inoltre, il calo registrato in Trentino (-3,3%). Sulla base dei dati Sisac (Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati), al primo gennaio 2024, la carenza complessiva è stimata in 5.575 medici di famiglia distribuiti in 17 regioni. Le situazioni più critiche si registrano in quasi tutte le grandi regioni: Lombardia (-1.525), Veneto (-785), Campania (-652), Emilia Romagna (-536), Piemonte (-431) e Toscana (-345). Non si rilevano, invece, carenze in Basilicata, Molise, Umbria e Sicilia.
«Ovviamente – commenta il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta – trattandosi di stime sulla carenza media regionale non si può escludere che anche in queste regioni vi siano aree prive di medici di medicina generale».
Al primo gennaio 2023, i 37.260 medici di medicina generale avevano in carico quasi 51,2 milioni di assistiti con una media di 1.374 assistiti ciascuno e variazioni significative tra le regioni. Si passa dai 1.100 pazienti per medico del Molise ai 1.548 dell’Alto Adige. Quest’ultima precede Veneto (1.546 pazienti in media per ogni medico di famiglia), Lombardia (1.529) e Friuli Venezia-Giulia (1.460). Davanti a Molise si piazzano la Basilicata, penultima con 1.119 assistiti, e la Sicilia, terzultima con 1.161 unità.
Alla crisi della medicina generale, «oggi la politica intende rispondere con una riforma radicale. Governo e regioni concordano sulla necessità di passare dal rapporto di convenzione a quello di dipendenza per i Mmg, con l’obiettivo primario di garantirne la presenza nelle Case di comunità e negli altri servizi della Asl. Eppure – spiega Cartabellotta – non è stata condotta alcuna valutazione di impatto che dimostri l’efficacia di questa soluzione: un’analisi approfondita dovrebbe considerare gli effetti economici, contributivi, organizzativi e professionali di una riforma di tale portata».
Dalla crisi di disponibilità di medici si rischia di passare ad un eccesso di offerta non appena che le università italiane sforneranno gli studenti immatricolati nel 2024, con una situazione che rischia di diventare problematica specie sul fronte ospedaliero stando ai numeri dell’ultimo studio del sindacato di categoria Anaao-Assomed: fino al 2027, infatti, si potrà ancora parlare di carenza di specialisti negli ospedali del Ssn, stimata in circa 20/25.000 unità. Ma lo scenario potrebbe radicalmente cambiare negli anni successivi quando, almeno fino al 2032, si potrebbe sviluppare il fenomeno contrario, cioè quello della pletora medica con ben 60.000 neolaureati. Un numero «assolutamente superiore a quello necessario a coprire i pensionamenti» e destinato a rimanere «in cerca di lavoro».
Si creerà, avverte il sindacato, un esercito di “camici bianchi” pronto a foraggiare la sanità privata o i sistemi sanitari di mezza Europa che ringrazieranno sentitamente l’Italia per averne coperto i costi di formazione. «Chi si illude – commenta Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao-Assomed – che la soluzione più efficace sia aumentare i posti nelle facoltà di Medicina e Chirurgia, moltiplicando a dismisura il loro numero o quello dei corsi di laurea, pubblici e privati, senza prima risolvere le criticità del sistema, dimostra una pericolosa superficialità con il rischio di favorire uno sperpero di risorse pubbliche in mancanza di prospettive occupazionali all’interno del Servizio sanitario nazionale».
Questo perché, rileva Di Silverio, «gli interventi limitati all’offerta formativa appaiono sostanzialmente inefficaci nel fermare l’esodo dal sistema sanitario pubblico», mentre è «cruciale rendere attrattivo il lavoro nell’ospedale e nei servizi territoriali per cercare di accrescere l’opzione in favore del Ssn da parte dei medici specialisti e specializzandi». Ecco perché, secondo il sindacato, all’offerta formativa deve essere abbinato un sistema di incentivi e di valorizzazione del lavoro medico in termini di riconoscimento sociale ed economico, oltre che di ruolo all’interno delle aziende.
«Il medico oggi abbandona il Ssn perché male retribuito, aggredito, esposto a rischi di contenzioso medico-legale e privato del tempo necessario per dedicarsi senza ostacoli alla vita sociale e familiare» afferma Di Silverio.
Un ulteriore elemento che emerge dallo studio è legato all’aumento del bisogno di salute conseguente al progressivo invecchiamento della popolazione. Dal 2002 al 2022, l’età media è passata da 41,9 a 46,2 anni, gli over 65 sono passati dal 18,7% al 23,8%, gli over 80 dal 4,38% al 7,6% in rapporto alla popolazione totale. Eppure i medici in questo ventennio, si legge nello studio, «non sono aumentati così come ci si aspetterebbe, ma sono addirittura diminuiti rispetto all’anno di massima espansione delle dotazioni organiche, il 2009, e nel confronto con la media europea in rapporto a 1.000 abitanti over 75». Affrontare questa situazione senza interventi adeguati, sottolinea ancora Di Silverio, «è semplicemente impossibile. Non si può pensare di affrontare una richiesta di cure notevolmente più alta di 20 anni fa con una ridotta forza lavoro, stimata in 24.797 medici, tenendo conto della maggiore domanda da parte dei cittadini con oltre 75 anni di età».
Da qui le proposte dell’Anaao–Assomed, tra le quali aumentare subito il numero di medici nel Ssn facendo in modo che i giovani specialisti abbiano la possibilità di essere assunti. «Bisogna abbattere il tetto alla spesa del personale e investire miliardi sul capitale umano, vero motore della sanità italiana», afferma il leader sindacale. Infine, la retribuzione (con il contratto 2019/21 mediamente circa 85.000 euro lordi/anno) «deve stare al passo con i paesi europei similari: attualmente siamo fanalino di coda in Europa (media europea circa 145.000 euro), assieme a Portogallo e Grecia. Gli altri (Lussemburgo, Islanda, Olanda e Belgio per esempio) – conclude Di Silverio – viaggiano oramai sui 180.000/200.000 euro lordi/anno».
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