Camere penali: i giudici sbagliano ma non pagano e i danni sono dei cittadini.
Lo sciopero della magistratura è stata una protesta «errata nel merito e nei modi la protesta organizzata dall’Anm» contro la riforma costituzionale della separazione delle carriere: questo quanto affermano i penalisti in una nota, in cui tornano a sottolineare che «separare le carriere significa infatti rendere la giustizia penale più moderna, aderente al modello processuale vigente e rendere finalmente “terzo” il giudice come vuole l’articolo 111 della stessa Costituzione. Avere due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, significa garantire ad entrambe le magistrature, giudicante e requirente, con piena indipendenza ed autonomia, ma al tempo stesso garantire i magistrati dai condizionamenti che derivano inevitabilmente dall’avere un governo comune che ne amministra le carriere e la disciplina».
L’Unione delle Camere penali osserva che «gli scandali nella gestione delle carriere che hanno caratterizzato nel tempo, da ultimo lo scandalo Palamara, l’amministrazione correntizia del Csm non vengono mai citati dai vertici della Anm, come non viene mai citata la evidente politicizzazione interna del sindacato dei magistrati, che è stata oggetto di censura e di durissima critica da parte di ampi settori della magistratura stessa. Mentre Anm tenta di mostrare questo sciopero come svolto in favore dei cittadini e a tutela della indipendenza della magistratura – sottolineano i penalisti – risulta sempre più chiaro che, invece, si tratta di una iniziativa volta alla tutela di tipo corporativo di una situazione di privilegio e di potere».
La riforma costituzionale oggetto dello sciopero della magistratura, secondo le Camere penali, «non solo non intacca l’indipendenza dei pubblici ministeri e dei giudici, che continua ad essere espressamente garantita dall’articolo 104 della Costituzione, ma ne rafforza l’autonomia rispetto ai condizionamenti e alle influenze interne. Si dice ancora – prosegue l’Upci – che la giustizia avrebbe bisogno di tutt’altro per essere più efficiente e per risolvere i problemi del sovraffollamento carcerario cercando così di sviare l’attenzione dal tema centrale della riforma, che è quello della concreta, necessaria, attuazione per l’appunto del dettato dell’articolo 111 della Costituzione che non preclude, evidentemente, anche l’adozione di misure per l’efficientamento del sistema e, soprattutto, per la soluzione del problema del sovraffollamento carcerario».
In tale quadro, concludono i penalisti, «scioperi, gadget, coccarde ed assemblee, invasione dei social con discutibili inserti recitati da professionisti, atti giudiziari inviati dalle cancellerie utilizzati come veicolo di messaggi di tipo politico e sindacale, per avversare la legittima (ma non gradita) attività del potere legislativo, mostrano il volto di una magistratura distante da quella sobrietà ed imparzialità che i cittadini si attendono».
L’Unione Camere Penali evidenzia un grande problema del Paese. «Ancora una volta siamo costretti a “dare i numeri”, numeri tragici, perché rappresentano la conta di persone che hanno subito un’ingiusta detenzione attraverso un arresto o in casi non così rari un processo ingiusto, ovvero una condanna ingiusta revisionata solo dopo un lungo iter processuale. Dal 2021 al 2024 – spiega la nota – rimane costante il primato di applicazione di misure quali il carcere (27.261 al 2024). Dal 2017 al 2024 le azioni disciplinari verso i magistrati responsabili sono state 89 delle quali 44 si sono concluse con sentenza di non doversi procedere; 28 sono state le assoluzioni; solo 8 i provvedimenti di censura ed un trasferimento; 8 procedimenti disciplinari sono ancora in corso. Si rilevano quindi 9 sanzioni disciplinari in totale nei confronti di magistrati che hanno commesso errori numericamente superiori come abbiamo appena dimostrato (totale 4.920 arresti ingiusti negli ultimi 7 anni). Il quadro appena descritto – concludono le Camere Penali – non può non richiamare la necessità di una reale separazione tra la figura del pm e del giudice».
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