Centro studi Bruegel: «le vigenti regole Esg vietano gli investimenti dei fondi negli armamenti».
Dalle parti di Bruxelles, complice anche la deriva demagogica che ha permeato la prima Commissione a guida Ursula von der Leyen, la confusione è totale e i risultati sono ormai tangibili sottoforma di crisi economica dilagante, credibilità ai minimi e produzione di regole cervellotiche spinte al massimo, con il risultato di ingabbiare anche il velleitario piano di riarmo proposto dalla seconda Commissione a guida Ursula von der Leyen che, probabilmente, non sa che lei stessa nella legislatura precedente ha messo le basi per la sua inattuabilità.
Il piano di riarmo “ReArm Europe” della Commissione Ue mira ad aumentare gli investimenti nella difesa anche con una mobilitazione del capitale privato, visto che gli spazi di manovra dei vari bilanci statali, Germania esclusa, sono molto stretti e che l’ipotesi prospettata adi varare un piano di finanziamento europeo sostenuto da debito comune è stato rispedito al mittente dai paesi cosiddetti “frugali” del nord Europa.
«Senza chiarimenti sull’accettabilità e la necessità di investimenti per la difesa all’interno del quadro finanziario sostenibile dell’Ue, è improbabile che il settore privato soddisfi queste aspettative» nota l’analista del centro europeo di ricerca Bruegel, Silvia Merler secondo cui «se Bruxelles vuole vedere un rapido riallineamento del capitale privato verso la difesa, dovrebbe inviare un messaggio chiaro al settore finanziario».
Il problema di fondo secondo Merler sono le regole europee in fatto di obiettivi ESG (ambientali, sociali e di governance): «la sicurezza è ora considerata una precondizione per il raggiungimento di tutti gli altri obiettivi politici, compresi gli obiettivi Esg. Si possono perseguire molte opzioni, ma è essenziale che la Commissione miri alla chiarezza e non lasci zone grigie su come si aspetta che il settore finanziario venga coinvolto. Le norme dell’Ue in materia di finanza sostenibile non impongono restrizioni generali agli investimenti nella difesa, ma esistono restrizioni al finanziamento di società coinvolte nella produzione di “armi controverse”», come mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche, frammenti non rilevabili, fosforo bianco, armi laser accecanti e uranio impoverito (utilizzato nella produzione di ordinari proiettili da cannone con alta capacità di penetrazione nelle corazze).
Secondo Merler la Commissione «potrebbe allentare temporaneamente la posizione sulle “armi controverse”» che ancora oggi vengono utilizzate come nel conflitto russo-ucraino. Dovrebbe chiarire se le armi nucleari siano considerate armi controverse o anche «esortare le banche Ue a rimuovere le esclusioni autoimposte per il finanziamento delle armi nucleari». Infine potrebbe «incoraggiare formalmente» i fondi di investimento Ue (salvo i fondi dell’articolo 9), a investire una percentuale fissa degli asset nella difesa Ue o in società correlate alla difesa.
Comunque la si giri, la questione del coinvolgimento del capitale privato nel piano di riarmo europeo, dopo l’illusione che la difesa continentale continuasse ad essere appaltata all’ombrello Nato a trazione statunitense, è un aspetto decisamente complicato e meglio si farebbe a riqualificare e coordinare quei circa 500 miliardi che già oggi i 27 paesi dell’Unione europea spendono ogni anno in difesa, puntando su sistemi d’arma comuni e interoperabili dai vari eserciti.
Poi, anche rispetto alla prospettata riconversione degli stabilimenti automobilistici in crisi da Green Deal è di difficile attuazione, visto che il volume di produzione destinato al riarmo difficilmente potrà assorbire tutta la manodopera attualmente impiegata nella costruzione di veicoli, in impianti concepiti per sfornare decine di migliaia di pezzi all’anno piuttosto che qualche centinaio di carri armati o blindo all’anno. Sempre che non si voglia sfruttarne al massimo la capacità produttiva per sfornare nel giro di due-tre anni decine di migliaia di mezzi e poi, ad arsenali riempiti, chiudere baracca. Sempre che nel frattempo non sia scoppiata qualche altro conflitto, magari ai confini unionali.
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