Debito pubblico: nel 2025 in scadenza 350 miliardi di euro

Operazione delicata per il governo Meloni che si avvantaggia del calo dei tassi e del differenziale con la Germania. Il debito è arrivato a 2.981,3 miliardi.

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Debito pubblico
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Quasi 350 miliardi di euro di debito pubblico da rinnovare entro il 2025. Mentre fino al termine della legislatura i Bot, i Btp e i Cct in scadenza valgono, complessivamente, 839 miliardi. È la montagna di obbligazioni emesse dal Tesoro che “pesano” sul governo in carica, guidato dal Giorgia Meloni: il programma delle emissioni di titoli da parte del ministero dell’Economia è in linea con i valori delle serie storiche, ma si incrocia con alcune vicende internazionali, con un quadro ancora incerto, sia per le tensioni cagionate dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente, sia per le prospettive di ripresa, interne e globali, non ancora stabili.

Lo studio del Centro studi di Unimpresa evidenzia come nei prossimi 10 anni scadono titoli pubblici della Repubblica italiana per un totale di 1.900,9 miliardi, pari al 77,9% del totale complessivo di 2.439,2 miliardi, mentre il periodo successivo, ben più ampio, dal 2035 al 2072, presenta scadenze per 538,3 miliardi, corrispondenti al 22,1% del totale.

Il debito pubblico complessivo dell’Italia è arrivato a quota 2.981,3 miliardi: oltre ai titoli di Stato, dunque, ci sono altri 542,1 miliardi di debito che corrispondono a poste di varia natura, compresi circa 100 miliardi di prestiti dell’Unione europea e 120 miliardi di finanziamenti bancari oltre a 200 miliardi in raccolta compreso il risparmio postale.

«La prudenza mostrata dal governo con la legge di bilancio del 2025 è apprezzabile. Il quadro macroeconomico non consente azzardi di alcun tipo. Le emissioni si intrecciano con il dibattito sulla politica economica nazionale, in cui il governo è chiamato a sostenere una crescita ancora fragile attraverso misure che richiedono risorse ingenti – commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara -. Dalle riforme strutturali legate al Pnrr alla gestione dell’inflazione, il quadro economico interno richiede un mix di stabilità e flessibilità. In questo scenario, la gestione del debito pubblico e delle relative emissioni diventa non solo una questione tecnica, ma anche un banco di prova politico per la credibilità dell’esecutivo sul piano economico e finanziario».

L’Italia, con uno stock di debito tra i più alti dell’Unione europea, non può permettersi scossoni sui mercati, soprattutto in un momento in cui la Commissione Ue è pronta a reintrodurre regole fiscali sempre più stringenti. Un incremento significativo delle emissioni correrebbe il rischio di alimentare dubbi sulla sostenibilità del debito, mentre una riduzione troppo marcata potrebbe essere interpretata come una difficoltà nel reperire finanziamenti a costi accettabili.

«La Commissione europea ci guarda come un genitore severo, pronto a infliggere punizioni ma restio a offrire soluzioni concrete. E noi? Siamo costretti a camminare su una corda tesa, con un piede nel burrone della recessione e l’altro nella palude dell’instabilità politica. Il vero nodo è la credibilità – prosegue Ferrara -. Il governo deve dimostrare di essere in grado di gestire il debito non solo con numeri e tabelle, ma con una visione di lungo periodo. Le emissioni di bond, la gestione dei tassi, le riforme strutturali: tutto questo va inserito in un contesto di crescita reale, non di promesse da campagna elettorale. Il rischio è che, senza un cambio di passo, il debito diventi non solo una questione economica, ma un problema di democrazia. Perché un Paese che vive sotto il peso del debito è un Paese meno libero, meno autonomo, e sempre più alla mercé degli umori dei mercati».

 

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