Conti pubblici, il governo Meloni vede rosa, forse troppo

L’obiettivo della crescita 2024 all’1% rimane centrabile. Ma pesa il continuo calo dell’attività manufatturiera, la crisi internazionale e, non ultimo, l’eccessivo peso fiscale italiano.

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Conti pubblici Fatturato di aziende e Partite Iva

Il governo Meloni o, almeno, parte dei suoi esponenti, vede rosa per i conti pubblici nazionali, forse anche troppo. L’obiettivo di crescita dell’1% può essere centrato. E se dovessero cessare le guerre si può anche fare di più. Il ministero dell’Economia mantiene la linea dell’ottimismo sull’andamento del Pil, confermando l’asticella ad un livello che è duetre decimi di punto superiore alle stime degli altri previsori. A rendere il quadro un po’ meno roseo sui conti pubblici, c’è il dato sulla pressione fiscale, che vede l’Italia al terzo posto tra i paesi Ocse più tartassati.

Nella sede del Mef, al momento, l’andamento dell’economia fa ben sperare. «A meno di condizioni diverse, esogene rispetto al sistema Paese», credo che «l’1% possa essere centrato», dice il sottosegretario all’Economia, il leghista Federico Freni, che sfodera sicurezza: «se potessi firmare un assegno sull’1% lo firmerei, sono tanti anni che sono al Mef e raramente abbiamo sbagliato le previsioni». E anzi alza la posta: «se dovessero cessare gli scenari di guerra in Medio Oriente e Ucraina», soprattutto lato Ucraina, si potrebbe anche «salire un po’ di più».

L’obiettivo di crescita italiana dell’1% nel 2024 è scritto nel Piano Strutturale di Bilancio inviato anche a Bruxelles. E nonostante la revisione al ribasso dell’Istat dei conti economici di inizio ottobre, che ha portato diversi previsori a limare le proprie stime (l’Upb ha tagliato a +0,8%, al livello della Banca d’Italia, mentre la commissione Ue ha limato la stima al +0,7%, come il Fmi), l’obiettivo del governo Meloni è rimasto invariato, nonostante che la manifattura italiana da nove mesi consecutivi inanelli un calo dietro l’altro, per non dire del commercio.

Il Pil italiano dovrebbe tornare in espansione a fine anno, spiegava qualche settimana fa il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ventilando una possibile «revisione al rialzo delle stime preliminari del Pil 2024» da parte dell’Istat, come già accaduto in passato. Ma oggettivamente, più che a spargere ottimismo all’ingrosso, dal governo Meloni si farebbe meglio a guardare in faccia la realtà e ad agire di conseguenza, specie su quei freni in Italia limitano strutturalmente la crescita, ad iniziare dall’eccesso di burocrazia che ha di fatto stoppato Impresa 5.0, oltre che sull’eccesso della tassazione su coloro che le tasse le pagano.

E proprio in tema di tasse, arriva il dato dell’Ocse, secondo cui il livello della pressione fiscale in Italia pone il paese al terzo posto tra i Paesi Ocse: secondo le statistiche sulle entrate fiscali pubblicate dall’organismo internazionale, nel 2023 era al 42,8%, stabile rispetto all’anno precedente, ma ben al di sopra della media del 33,9% dell’area. A precedere l’Italia sul podio dell’eccessiva pressione fiscale, la Francia, al 43,8% e la Danimarca, al 43,4%.

I dati Ocse sulla crescita evidenziano invece per l’Italia un terzo trimestre piatto, a fronte di un +0,5% nell’area, con un rallentamento principalmente dovuto ad un contributo negativo del commercio estero. Rallentamento che potrebbe essere più lungo e profondo del desiderabile, con effetti sulla visione rosea dei conti pubblici italiani.

A pesare sulle velleità di una crescita dell’1% c’è anche la questione dei redditi dei lavoratori italiani che scontano un andamento negativo: in poco più di 30 anni, evidenzia un rapporto della Fondazione Di Vittorio della Cgil, i salari in Italia sono diminuiti di 1.089 euro, mentre sono cresciuti in Germania (+10.584 euro), Francia (+9.681 euro) e Spagna (+2.569 euro). E bassi salari si riflettono direttamente sulla propensione alla spesa, quella spesa interna che alimenta il 60% del Pil nazionale che continua a zoppicare.

 

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