Dopo la fine dei ricchi e insostenibili incentivi pubblici, l’auto elettrica in Europa si sta sgonfiando come un sufflè, con vendite a picco e con tutte le case in corsa a rivedere programmi di vendite e di sviluppo di nuovi modelli, tirando frettolosamente fuori dai cassetti quei motori termici che troppo velocemente avevano programmato di mettere fuori produzione per tentare di dare risposte ad un mercato auto continentale stagnante complice anche l’eccessivo rialzo dei listini delle auto tradizionali per coprire i costi di sviluppo dell’elettrico e per ridurre un po’ artatamente l’enorme differenza di costo esistente tra un modello tradizionale, anche ibridizzato, e uno totalmente elettrico.
La svedese Northvolt, l’azienda che avrebbe dovuto essere l’alternativa europea per la produzione di batterie per l’auto elettrica, ha chiesto la bancarotta assistita negli Stati Uniti e annunciato le dimissioni del suo amministratore delegato, Peter Carlsson, infliggendo un duro colpo alle ambizioni sulle batterie elettriche europee.
Carlsson si è assunto la responsabilità del crollo della start-up, che aveva raccolto 15 miliardi ma che ha in cassa solo 30 milioni, quanto basta per continuare le operazioni per una settimana. Il “Chapter 11” statunitense permetterà alla società di ristrutturare il debito, di riorganizzare le proprie attività e di gettare basi solide per continuare le sue operazioni in futuro. «Ci offre un periodo per la riorganizzazione e per il rafforzamento delle nostre attività, mentre onoriamo gli impegni con clienti e fornitori e ci posizioniamo per il lungo termine. Un buon momento quindi per cedere il passo alla prossima generazione di leader», ha detto Carlsson, spiegando che il processo della bancarotta assistita «rafforzerà la struttura di capitale e ci consentirà di catturare la domanda per l’elettrificazione delle auto».
Fondata nel 2015 da alcuni ex manager di Tesla, oltre allo stesso Carlsson anche l’italiano Paolo Cerruti, Northvolt ambiva a essere la risposta europea all’ascesa dei produttori asiatici di batterie, quali le cinesi CATL e BYD, la giapponese Panasonic e le sud coreane LG e Samsung, sfruttando anche un ciclo di produzione teoricamente sostenibile, visto che la totalità di energia utilizzata per la produzione delle batterie era di fonte idroelettrica. La società ha raccolto più di 50 miliardi di dollari di ordini da case automobilistiche quali Volkswagen (primo azionista di Northvolt con il 21%), Bmw, Scania e Porsche e miliardi in capitale da investitori finanziari come BlackRock e Goldman Sachs.
Nella richiesta di bancarotta negli Stati Uniti, Northvolt ha dichiarato 5,8 miliardi di debiti. Il crollo – secondo quanto hanno riferito alcuni dipendenti ad un giornale – è legato alla cattiva gestione, alle spese esagerate, ai bassi standard di sicurezza e all’eccessiva dipendenza dai macchinari cinesi.
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