Rischio povertà molto più alto tra i lavoratori autonomi che tra i dipendenti

Secondo la Cgia dal 2009 in poi gli autonomi hanno perso il 30% di reddito reale contro l’8% dei lavoratori dipendenti e una sostanziale stabilità dei pensionati.

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Rischio povertà

Secondo la Cgia dal 2009 in poi gli autonomi hanno perso il 30% di reddito reale contro l’8% dei lavoratori dipendenti e una sostanziale stabilità dei pensionati.

Tra tutti i nuclei familiari che hanno come capofamiglia un lavoratore autonomo, il rischio povertà o esclusione sociale è al 22,7%, mentre la quota riferita a tutte le famiglie con alla guida un lavoratore dipendente è decisamente inferiore e pari al 14,8%. In altre parole, se negli ultimi decenni si è assistito a una progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari che ha spinto verso l’area dell’indigenza molti operai/impiegati con bassi livelli di inquadramento contrattuale, secondo l’Ufficio studi della Cgia ai lavoratori autonomi le cose sono andate molto peggio. I fatturati hanno subito delle forti contrazioni e, conseguentemente, la qualità della vita delle partite Iva ha subito un deciso aggravamento, peraltro senza la garanzia di alcun ammortizzatore sociale.

Qualcuno potrebbe obiettare che i dati riferiti alla povertà dei lavoratori autonomi sarebbero condizionati da importi reddituali dichiarati non corrispondenti al vero. Un’affermazione sempre meno veritiera, specie per le migliaia di lavoratori autonomi in regime di ritenuta d’acconto del 20% che finiscono di pagare più tasse di tanti lavoratori dipendenti. In realtà, il rischio povertà o esclusione sociale è un indicatore molto complesso che è dato dalla somma delle persone che si trovano in almeno una delle seguenti condizioni: vivono in famiglie a rischio povertà; vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale; vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro. Ovviamente, tra le categorie monitorate dall’Istat la più disagiata economicamente e socialmente è quella dei pensionati, dove il rischio povertà delle famiglie è addirittura al 33,1%.

In Italia il numero dei lavoratori indipendenti è stimato in 5.170.000 unità. Di questi, poco meno della metà opera in regime dei minimi. Sono attività economiche senza dipendenti e senza alcuna organizzazione d’impresa con un fatturato annuo al di sotto degli 85.000 euro. Insomma, una pura e semplice partita Iva che fa dell’autoimprenditorialità la sua ragione lavorativa. E’ il caso di tanti giovani, di altrettante donne e di molte persone in età avanzata soprattutto del Mezzogiorno che sbarcano il lunario con piccoli lavori/consulenze senza disporre di alcun ammortizzatore sociale e/o sostegno pubblico. Soggetti che faticano a incassare le proprie spettanze e che, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovano in condizioni economiche molto fragili e, quindi, a forte rischio di povertà o esclusione sociale

Negli ultimi 20 anni il reddito degli autonomi è sceso del 30%, mentre quello dei lavoratori dipendenti è diminuito di “solo” l’8%. Per i pensionati, invece, il dato è rimasto pressoché stabile. La debolezza economica di molte partite Iva, il crollo dei consumi interni – causato dalle crisi economiche che si sono succedute in questi due decenni – e alla concorrenza praticata dapprima dalla grande distribuzione e negli ultimi anni dal commercio elettronico, hanno fiaccato la tenuta reddituale di tantissime micro attività.

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