Produzione industriale giù da due anni, tonfo dell’auto

Urso: «incentiviamo la filiera a riconversione verso la difesa». Artusi: «si cambi la fiscalità gravante sull’auto aziendale per rilanciare il mercato».

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Produzione industriale industria automotive italiana

Urso: «incentiviamo la filiera a riconversione verso la difesa». Artusi: «si cambi la fiscalità gravante sull’auto aziendale per rilanciare il mercato».

Prova a recuperare la produzione industriale a gennaio 2025, ma il bilancio annuo resta negativo da ormai 24 mesi consecutivi di segno meno, trascinato dal tonfo degli autoveicoli, che arrivano a sfiorare un crollo del 40% in dodici mesi.

La produzione industriale italiana, come indicano gli ultimi dati Istat, inizia l’anno mettendo a segno un aumento del 3,2% sul dicembre scorso e ancora un calo, seppur più contenuto, pari allo 0,6% rispetto ad un anno prima e dopo il picco negativo del 6,9% raggiunto a fine 2024. Bisogna tornare indietro fino a gennaio 2023 per trovare un segno tendenziale positivo. Una performance che penalizza diversi settori del “Made in Italy”, ma a perdere più terreno sono sempre auto e moda.

I dati di gennaio vedono le flessioni annue più ampie infatti per la fabbricazione di mezzi di trasporto (-13,1%) e le industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-12,3%). E a fare peggio è il comparto degli autoveicoli: la loro produzione, dove le autovetture rappresentano la parte prevalente, a gennaio registra un calo del 37% rispetto ad un anno prima, mentre aumenta del 10% rispetto a dicembre 2024.

Per cercare di risollevare la situazione, il ministro all’Industria Adolfo Urso parte dal rilancio dell’automotive con il tavolo aperto al ministero circa il futuro di Stellantis e di tutto l’indotto manifatturiero e commerciale. Urso evidenzia che con il Piano Italia, Stellantis ha intrapreso «un significativo cambio di rotta. A differenza di altri produttori europei, ha assicurato la permanenza in produzione di tutti gli stabilimenti e dei livelli occupazionali» prevedendo quest’anno investimenti di 2 miliardi per le fabbriche e 6 miliardi in acquisti da fornitori italiani. «Il Mimit monitorerà l’attuazione del Piano e gli impegni assunti», assicura il ministro.

L’obiettivo del governo, rimarca Urso, è mettere in sicurezza le imprese e tutelare i lavoratori, per questo «incentiviamo le aziende della filiera automotive a diversificare e riconvertire le proprie attività verso settori ad alto potenziale di crescita, come la difesa, l’aerospazio, la blue economy e la cybersicurezza». Comparti «in forte espansione e ad alta redditività», sottolinea mentre dice stop all’ecobonus a livello nazionale rivolto agli acquisti, che non sarà rinnovato, puntando invece su incentivi a livello europeo.

Se il taglio agli incentivi all’acquisto è un fatto positivo, da parte del governo si potrebbe prendere l’occasione per svecchiare il parco circolante italiano agendo sul fronte delle imprese e delle Partite Iva, defiscalizzando finalmente l’auto aziendale italiana dopo trent’anni di deroghe alla normativa europea, l’ultima delle quali scade a fine 2025, rilanciando così anche la produzione industriale. Come sottolinea anche Federauto, l’associazione dei concessionari di veicoli colpita anch’essa duramente dalla crisi del comparto auto, «l’uscita dalla crisi del settore passa dal superamento delle assurde norme europee legate al Green Deal improntate al dirigismo ideologico». Cosa che da sola contribuirebbe al rilancio di tutto il comparto. Per il suo presidente, Massimo Artusi intervenuto al tavolo del ministero, «si continua a battere la strada di normative mirate a condizionare il mercato (che, oggi, essendo libero, sta rifiutando la trazione elettrica), quali la “greening corporate fleet”, attraverso la quale si vorrebbe costringere non solo il cliente che vuole cambiare la macchina, ma addirittura l’operatore logistico, che con il veicolo ci lavora e ci vive, a comprare un certo tipo di prodotto».

«Mezzi diversi – ha detto ancora Artusi – hanno invece bisogno di soluzioni diverse, scelte con un pragmatismo che dovrebbe ispirare le decisioni sia delle istituzioni europeo che del governo italiano. Al quale, peraltro, chiediamo – sul versante delle autovetture – di ridisegnare il sistema fiscale del settore, sul modello dei principali paesi europei, anziché penalizzare ulteriormente uno dei mercati più resilienti riducendo i benefit delle auto aziendali e su quello dei veicoli commerciali di istituire un fondo di investimenti pluriennale, per favorire lo svecchiamento del parco circolante, in particolare quelli fino a 7,2 tonnellate, che è tra i più obsoleti d’Europa e – esso sì – è il principale fattore attuale di inquinamento, sul quale è urgente intervenire».

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