L’inflazione rialza leggermente il costo della vita, ma per le famiglie italiane i benefici della manovra 2024 sono già svaniti.
L’economia italiana continua nella sua frenata, con l’Ocse che rivede al ribasso le stime di crescita nazionali e l’inflazione che accelera leggermente la crescita. I dati sull’inflazione di febbraio, diffusi dall’Istat, mostrano un rialzo dell’1,6% su base annua, una «leggera accelerazione» che scatena la reazione dei consumatori che considerano il carovita «allarmante» specie per i beni energetici e alimentari.
L’Istat spiega che l’andamento dell’inflazione di febbraio risente principalmente della dinamica dei prezzi degli Energetici, tornata positiva (+0,6% da -0,7% di gennaio) e, in particolare, di quella della componente regolamentata (+31,4% da +27,5%). E rileva che anche nell’alimentare accelerano i prezzi dei prodotti lavorati (da +1,7% a +1,9%) e di quelli non lavorati (da +2,2% a +2,9%), così come quelli del carrello della spesa (+2,0% da +1,7%). Di contro, calano i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +2,5% a +1,9%), di quelli per le comunicazioni (da +1,1% a +0,5%).
Il rialzo dell’inflazione e il rischio che possa aumentare ulteriormente sollecita l’Ocse a rivedere al ribasso le stime di crescita per l’Italia. L’organismo economico internazionale di Parigi si attende ora che il Pil nazionale cresca dello 0,7% nel 2025 (analogamente al 2024) e dello 0,9% nel 2026, rispettivamente 0,2 punti e 0,3 punti in meno rispetto alle precedenti stime di dicembre.
Per le famiglie italiane, soprattutto per quelle più povere, non arrivano buone notizie dal fronte di un possibile riequilibrio dell’equità in termini di reddito. Nel complesso, sottolinea l’Istat nel suo report sulla redistribuzione del reddito nel 2024 in Italia, le modifiche al sistema di tasse e benefici messe in campo dal governo Meloni hanno avuto «un effetto contenuto sulla distribuzione dei redditi», diminuendo «in lieve misura l’equità». Per l’Istat l’indice di Gini, che misura la diseguaglianza, aumenta di poco più di un decimo di punto, da 30,25% a 30,40%. A pesare è stato soprattutto il passaggio dal reddito di cittadinanza all’assegno di inclusione, che ha prodotto un impatto negativo sulle famiglie più povere, solo parzialmente compensato dal lieve effetto positivo connesso alla riforma dell’Irpef. Si stima che questo passaggio comporti un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850.000 famiglie (3,2% di quelle residenti). La perdita media annua è di circa 2.600 euro e interessa quasi esclusivamente le famiglie più povere. Solo un gruppo esiguo di famiglie (circa 100.000) trae un beneficio dal passaggio stimabile in circa 1.200 euro.
Dal lato degli interventi fiscali, per le famiglie con almeno un percettore di reddito da lavoro dipendente gli effetti della riforma dell’Irpef sono valutati congiuntamente a quelli delle due forme di decontribuzione previste per il 2024. In questo gruppo di famiglie, l’Istat stima che siano 11,8 milioni quelle che vedono migliorare, grazie alle misure, il proprio reddito disponibile, per un ammontare medio annuo di 586 euro. Si tratta di quasi il 45% delle famiglie residenti in Italia.
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