Pesano le incertezze internazionali oltre alla guerra dei dazi. Possibili benefici per l’economia italiana dal piano di ripresa tedesco. Grimoldi: «la politica italiana invece di sviluppo ha aumentato le tasse».
Il Pil 2025 dell’Italia crescerà dello 0,9% nel 2025, in linea con le proiezioni diffuse dalla Banca d’Italia e leggermente superiore alla stima del Fondo Monetario Internazionale, che ha fissato la crescita al 0,7%, ma inferiore alla previsione della Commissione europea, che si attesta invece all’1,4%. È quanto prevede un’analisi del Centro studi di Unimpresa che si basa su una valutazione complessiva del quadro economico nazionale e internazionale, caratterizzato da una ripresa ancora fragile, condizionata dall’elevata incertezza geopolitica e da un contesto monetario che potrebbe subire nuove tensioni a causa della traiettoria dei tassi di interesse.
La ripresa, più nel dettaglio, sarà sostenuta dal graduale risveglio dei consumi interni, grazie al calo dell’inflazione e al miglioramento del potere d’acquisto delle famiglie, favorito da un probabile taglio dei tassi di interesse da parte della Bce nella seconda metà del 2025. Resta però elevata l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche internazionali, alla debolezza dell’export e ai rischi di una nuova impennata dei costi energetici.
Il mercato del lavoro dovrebbe mantenere una relativa stabilità, con un tasso di disoccupazione intorno al 7,4%. Il deficit è atteso in calo sotto il 3% entro fine 2025, mentre il rapporto debito/Pil dovrebbe ridursi al 139%.
Un fattore chiave per la crescita sarà l’avanzamento degli investimenti legati al Pnrr, anche se i ritardi nell’attuazione dei progetti rappresentano una criticità, specie per i fondi a prestito legati al piano, che rischiano di trasformarsi in nuovo debito improduttivo.
Secondo il Centro studi Unimpresa dal piano di investimenti da 500 miliardi di euro in 1b0 anni che il nuovo governo tedesco ha in animo di attuare rapidamente potrebbe essere un volano anche per la crescita del Pil 2025 dell’Italia, vista la stretta interrelazione dell’impresa manifatturiera italiana con quella tedesca.
Secondo il coordinatore di “Patto per il Nord”, Paolo Grimoldi, «il governo Meloni potrebbe fare molto di più per assicurare la crescita del Paese, dove nel 2024 è cresciuta soprattutto la pressione fiscale. Sarebbe doveroso assicurare che i fondi del Pnrr fossero realmente spesi in investimenti che assicurino sviluppo ed ammodernamento del Paese, ma il rischio è che nei prossimi 16 mesi i circa 110 miliardi ancora da spendere rimangano sulla carta, perdendo occasioni preziose. Lo stesso si può dire di quegli 6,5 miliardi di euro del piano “Industria 5.0” rimasti sostanzialmente sulla carta, con le imprese che hanno impegnato meno del 10% del plafond disponibile a causa dell’eccesso di burocrazia e di adempimenti, finendo con il frenare gli investimenti. E che dire delle riforme promesse e attese almeno da un ventennio, a partire dall’autonomia e dal premierato finiti sul binario morto e dalla riforma a costo zero della burocrazia che frena inaccettabilmente il Paese tutto, come dimostra il Pnrr e il Piano “Industria 5.0”?»
Per Grimoldi «la politica italiana ha forti responsabilità e Meloni deve uscire dalla fase di galleggiamento in cui pare essersi accomodata per dare un colpo di reni e rilanciare l’azione di governo, anche con il cambiamento delle pedine non funzionanti. Proseguire così per altri due anni e mezzo sarebbe diabolico, assestando un danno irreparabile al Paese e alla sua credibilità».
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